Mondo Inter / Storia

Indagine sull’interismo/ parte 1, la squadra della borghesia

In questi anni abbiamo spesso sentito parlare di interismo, sono stati scritti anche dei libri sull’argomento, ma cosa vuol dire, esiste davvero un piano ideologico nerazzurro, una cultura interista, una filosofia di vita che non sia solo undici ragazzi intenti a calciare un pallone per la gloria della propria squadra? Ma davvero una realtà con sei milioni di tifosi in Italia e centinaia di milioni nel mondo può ridursi ad una sola idea di interismo? Credo proprio di no ed è fastidiosamente uniformante il solo pensarlo. E’ chiaro che devono esistere tanti interismi, forse ognuno per ogni interista. Eppure non ho mai sentito parlare di milanismo, juventinismo, effettivamente l’Inter sembra essere l’unica squadra che scatena il mondo delle idee e il dibattito pallonaro oltre le righe del campo. Esiste una cultura interista, una filosofia di pensiero nerazzurra, una identità? Il primo a parlarne molto probabilmente fu il grande Gianni Brera, anche se lo fece in termini sociali. Il giornalista padano (ma la lega non c’entra nulla e non era ancora nata) ricordò negli anni ’60 che gli interisti nella prima metà del novecento erano chiamati i bauscia, in contrapposizione ai milanisti, che erano i cacciavit. Non sono mai riuscito a rintracciare l’articolo in cui il Brera parlava di questa differenziazione, che già ai suoi tempi pare fosse stata dimenticata e che lui rimise in voga, ma per bauscia si voleva intendere i borghesi, mentre per cacciavit gli operai, i proletari. D’altra parte il termine cacciavit è facilmente traducibile dal milanese all’italiano e pochi dubbi lascia al riguardo, anche se il suo significato non necessariamente può avere un accezione sociale: Cacciavit infatti può voler dire umile, modesto, non necessariamente nel senso economicamente di povero, ma essendo uno degli attrezzi più semplici da lavoro e quindi significante di persona semplice o sempliciotto. Si veda l’autore teatrale meneghino Carlo Bertolazzi, che nelle sue opere lo utilizzava come sinonimo di inetto. Bauscia in milanese invece è la bava, la saliva e i bauscia sono quelli che parlano tanto, ma per Brera avrebbe voluto dire i milanesi altolocati. Tutto ciò è corrobato dal fatto che l’Inter giocava nella centralissima Arena, mentre il Milan nel periferico San Siro. Questo però a partire dalla fine degli anni ’20. Fino al 1930 l’Inter giocò nella popolarissima zona del ticinese, ai margini del naviglio grande, e poi nella zona tra Porta Venezia e Viale Romagna. Conoscendo un po’ Brera, viene però da pensare che il significato fosse più territoriale che sociale. Il bauscia, quello con la parlantina, per i detrattori quello che si vanta, il gradasso, viceversa il chiacchierone, il guascone, lo schietto, altri non è che il milanese doc, l’Inter sarebbe la squadra tifata dai cittadini, come rimarcato dallo stesso Moratti in una intervista di qualche anno fa, mentre il Milan da quelli venuti da fuori. Il termine cacciavit, modesto, umile, inetto, invece potrebbe avere un valore anche prettamente calcistico, perchè il Milan dal 1907 al 1951 non vinse nemmeno uno scudetto, nulla di nulla. Eppure la giornalista milanese Camilla Cederna rammentava che il Milan era tifato dalla vecchia borghesia del centro storico, unitamente alla cerchia operaia della periferia, mentre l’Inter dai quartieri intermedi e dagli immigrati. Insomma, voler dare una identità sociale a nerazzurri e rossoneri rischia di diventare un grattacapo da cui non se ne esce. (continua)

Nella foto: L’Arena, storico stadio dell’Inter.