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L’addio di Mancini, i punti della rottura

zhang zanetti thohirMancini ha rescisso il suo contratto con l’Inter, ma è chiaro che questa è una decisione di Thohir, con l’avallo di alcuni dirigenti, pezzi di spogliatoio e ovviamente il benestare dei cinesi. Mancini è stato di fatto sfiduciato già a maggio, ma la società non si è assunta la responsabilità di esonerarlo. Perchè? Non si voleva pagargli un anno di ingaggio? C’erano contraddizioni interne alla società che rimandavano la decisione? Il risultato è una figuraccia planetaria, si manda via l’allenatore a 13 giorni dall’inizio del campionato, dopo una campagna di delegittimazione durata due mesi, vediamone i punti:

  • Dalla primavera il vicepresidente Zanetti rilascia interviste quasi quotidiane nelle quali accarezza pubblicamente l’idea di portare Simeone sulla panchina dell’Inter.
  • In giugno Mancini viene esautorato dalle decisioni di mercato, non chiede nove giocatori, ma chiede Vermaelen, Tourè e Reus e ottiene tre no.
  • In luglio Mancini vorrebbe cedere Icardi al Napoli per ottenere Gabbiadini, ma la società glielo nega.
  • Sempre in luglio i dirigenti spariscono o piombano in un silenzio assordante, interrotto in alcuni casi solo per perorare la causa di Simeone. Parla un paio di volte il solo Ausilio, per dire praticamente che è all’oscuro delle decisioni, Thohir parla una volta e beffardamente dichiara “Mancini è il nostro fuoriclasse”.
  • Intanto parte una campagna di stampa che dipinge Mancini come un malpancista capriccioso che vuole farsi esonerare per godersi un anno di ingaggio da casa, contemporaneamente la stessa stampa non ha nulla da dire sul comportamento di Icardi e Wanda Nara.
  • In agosto la società fa un’offerta irricevibile di rinnovo del contratto a Mancini, nel quale il tecnico dovrebbe rinunciare ad ogni voce in capitolo in sede di mercato e pagare penali in caso di mancato raggiungimento Champions.

E siamo arrivati ai giorni nostri, con una gestione dilettantesca la società dà la panchina a Frank De Boer, vecchio pallino di Thohir, il quale sembrava uscito di scena con la vendita della maggioranza delle sue quote e invece comanda più che mai, con poteri decisionali e di veto.